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27 Marzo 2025
Microcredito: continua la crescita, settore sempre più inclusivo


Il 2025 segna il ventennale dall’istituzione dell’anno internazionale del microcredito da parte delle Nazioni Unite. Il 2005, infatti, venne dedicato interamente alla microfinanza e l’allora segretario dell’Onu, Kofi Annan, utilizzò parole molto forti nell’annunciare l’iniziativa, sottolineando l’importanza che settori finanziari inclusivi possono avere nell’aiutare le persone ad avere delle vite migliori. Quel passaggio segnò “solo” un crocevia istituzionale per un fenomeno iniziato ufficialmente nel 1976 grazie all’intuizione, e agli sforzi per darvi concretezza, di Muhammad Yunus in Bangladesh.

Ma vent’anni sono anche un orizzonte temporale sufficientemente lungo per guardarsi indietro e provare a decifrare le dinamiche che hanno interessato il settore del microcredito in questo periodo. Innanzitutto, guardando al contesto italiano e alla sfera istituzionale, la spinta impressa dalle Nazioni Unite ha favorito la creazione, nel 2006, del Comitato nazionale italiano permanente per il microcredito, che nel 2011 è stato rinominato Ente nazionale per il microcredito (ENM): un organismo pubblico che si occupa proprio di diffondere e promuovere un accesso semplice e facilitato a piccoli finanziamenti per determinati soggetti economici. Secondo i più recenti dati sul tema, nel 2023 in Italia sono stati concessi microprestiti a quasi 18.000 beneficiari, per un ammontare complessivo di oltre 298 milioni di euro.

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Come è noto, però, perché un fenomeno economico diventi strutturale è necessario che alla spinta pubblica si affianchi anche quella proveniente dal settore privato. Ma quest’ultimo non va inteso solamente come un insieme di realtà private che svolgono attività di finanziamento per soggetti altrimenti non bancabili. Premesso che la nascita di una costellazione di società di questo tipo ha senza dubbio dato ulteriore diffusione al microcredito, anche in Italia, ritengo che la vera svolta sia però da legare all’affermarsi di una visione che vede la microfinanza anche come una classe d’investimento.

L’afflusso dei grandi capitali finanziari verso il microcredito ha portato benefici su entrambi i fronti degli attori coinvolti: dal punto di vista dei piccoli imprenditori alla ricerca di linee di finanziamento accessibili e adatte alle loro esigenze, la sempre più forte idea che il microcredito possa essere considerato anche una forma di investimento ha garantito l’ottimo stato di salute di cui gode attualmente il settore; dal punto di vista degli investitori, anche e soprattutto istituzionali, il poter accedere a una forma di investimento che ha dimostrato in più di un’occasione la propria resilienza, decorrelazione e ridotta esposizione alla volatilità dei mercati internazionali ha sicuramente portato dei benefici.

Questo circolo virtuoso risulta ancora più evidente quando si innesca in contesti economici diversi da quelli europei. Penso ovviamente ad esempio all’universo degli emergenti, soprattutto quando si parla di paesi in cui esiste una tradizione di piccola e piccolissima imprenditoria, molto spesso portata avanti dalle donne più che dagli uomini, per i quali avere a disposizione esigue somme di denaro garantisce l’avvio di attività che molto spesso si rivelano di successo e garantiscono bassissimi tassi di default rispetto al rientro del prestito stesso.

Tornando ai vent’anni iniziali, ritengo che guardando allo stato di salute del microcredito il bicchiere sia da considerarsi senza alcun dubbio mezzo pieno. E sono ancora più fiducioso alla luce di tutte le novità tecnologiche, penso soprattutto alla tokenizzazione degli asset, che stanno rendendo il settore finanziario sempre più inclusivo per tutti gli attori coinvolti.

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