31 Marzo 2025
L’Europa cerca la sua indipendenza digitale


Oggi possiamo fidarci davvero delle tech company statunitensi? Molti segnali dicono di no, motivo per cui le nazioni europee devono affrancarsi dalla dipendenza tecnologica dagli USA. Anche per proteggere i dati delle proprie imprese e organizzazioni.

La domanda che molte aziende e organizzazioni europee si pongono in queste settimane è, per quanto spiacevole, ovvia: possiamo fidarci dei grandi provider tecnologici statunitensi? Rispondere senza dubbio di sì è difficile. Anzi, per i più pessimisti la risposta è un sempre più deciso no. Per convinzione, opportunità od obbligo, le aziende statunitensi sui cui servizi le imprese europee basano il loro business – hyperscaler e cloud provider in primis, ma non solo loro – faranno gli interessi di Washington e non delle capitali europee. E date le dichiarazioni, ufficiali e ufficiose, dei politici USA, è abbastanza chiaro che l’Amministrazione Trump non tiene in gran conto la posizione europea su qualsiasi tema, compresi quelli tecnologici.

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A questo punto l’Europa deve cercare di conquistare progressivamente una sorta di indipendenza digitale, e più in generale tecnologica, dagli Stati Uniti. Certo sarebbe stato molto meglio pensarci prima: invece di sperare di controllare in qualche modo i provider statunitensi a colpi di normative (spesso ignorate), la UE avrebbe dovuto costruire davvero proprie alternative investendo massicciamente, e in maniera mirata, in ricerca applicata e sviluppi tecnologici. Ma muoversi adesso è meglio che non muoversi affatto. Ed è questo il senso ultimo di una lettera aperta che un gruppo di circa cento aziende europee ha inviato alla Commissione Europea.

Il messaggio delle aziende europee – tra cui troviamo anche diversi nomi italiani – è chiaro: serve una politica di sviluppo industriale “pragmatica” per il digitale, che si focalizzi su un numero limitato di iniziative specifiche, senza passare più attraverso il finanziamento a pioggia di molti programmi, pur meritevoli, di ricerca e sviluppo. Perché la ricerca serve a poco, se non è collegata direttamente alla sua applicazione in prodotti e servizi, e le dinamiche di mercato da sole non hanno portato affatto alla nascita di un mercato digitale europeo. Sono troppe le irrisolte le questioni storiche e strutturali che minano lo sviluppo europeo, a partire da frammentazione dei mercati, ridotta domanda locale, mancanza di capitali adeguati.

Le aziende firmatarie dell’appello alla Commissione Europea sostengono l’iniziativa EuroStack, che da qualche tempo fa da lobby per lo sviluppo di uno “stack europeo” di tecnologie e servizi per l’economia digitale. Il punto concettuale di partenza, per EuroStack, è che nel digitale le nazioni europee hanno raggiunto un livello di dipendenza dai servizi di altri Paesi che sarebbe inaccettabile in altri ambiti, in particolare nelle infrastrutture percepite come più importanti dai cittadini. Eppure, le infrastrutture digitali oggi sono ugualmente indispensabili e certamente critiche.

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EuroStack indica la necessità di un cambio drastico delle strategie tecnologiche europee, sinora focalizzate su iniziative di ricerca e sviluppo che non hanno davvero l’obbligo di dimostrare il loro impatto positivo sul mercato e che, comunque, si muovono in una economia continentale basata prevalentemente su aziende grandi e medio-grandi la cui innovazione è molto più lenta di quanto dovrebbe essere e che puntano molto al mantenimento dello status quo, grazie anche a sovvenzioni comunitarie.

EuroStack punta invece a quella che definisce come una fase “post regulation”, in cui si riconosca che le supply chain digitali sono di fatto il nuovo modello industriale, e a una European Digital Industrial Policy, in cui gli organismi dell’Unione Europea superino in primis essi stessi la loro storica frammentazione per spingere una innovazione digitale concreta. Anche guidando una squadra coordinata delle migliori realtà innovative europee e aiutando il mercato con un mix ragionato di fondi: pubblici per quelle linee di sviluppo che hanno bisogno di più tempo per impattare sul mercato, privati per quelle che invece hanno impatti già a breve termine.

Più in dettaglio, EuroStack prevede lo sviluppo di componenti tecnologici infrastrutturali per una vera e propria economia digitale tra Stato, istituzioni, cittadini, aziende. In maniera simile – ma più estesa – a quanto ha fatto il Governo indiano con la sua Foundation for Interoperability in the Digital Economy. L’obiettivo è coprire tutta una ideale “digital value chain” – hardware, software, applicazioni, servizi, governance – soddisfacendo allo stesso tempo requisiti di sovranità digitale, indipendenza tecnologica, cybersecurity.

L’architettura del mercato digitale

L’architettura astratta dello stack tecnologico europeo immaginato da EuroStack prevede tre macro-livelli. Il primo è un layer hardware che fa da base abilitante per tutto il resto, e che prevede lo sviluppo di tecnologie e soluzioni in diversi campi complementari: microelettronica, supercomputing, data center, infrastrutture di connettività cablata e wireless, reti energetiche, sino al quantum computing.

Figurativamente “sopra” lo strato hardware c’è un layer di infrastruttura logica: una serie di componenti e servizi digitali interoperabili che realizzano il “volto” della nuova economia digitale europea verso chi vi partecipa. In questo ambito troviamo in particolare le piattaforme per la gestione delle identità digitali, i servizi cloud IaaS-PaaS-SaaS, i motori di Intelligenza Artificiale, nuovi sistemi operativi e browser web tutti europei, i (mitici, famigerati) Data Space a cui l’UE sta in realtà lavorando da anni.

EuroStack prevede poi un terzo layer cosiddetto “di intermediazione”, in cui i prodotti e i servizi digitali realizzati attraverso i primi due livelli tecnologici possono essere identificati e fruiti dai loro utenti e clienti. Si tratta di una combinazione di quelle che in gergo si chiamano Open Transaction Network, realizzate ciascuna pensando a un mercato o ambito verticale. L’iniziativa ne prevede ad esempio per l’eCommerce generico, per i servizi energetici, per i social media, per la produttività, e via dicendo. L’obiettivo è anche quello di realizzare un mercato digitale disaggregato, in cui sia facile trovare il servizio/prodotto che si cerca ma anche in cui l’offerta non sia concentrata in pochi monopolisti di fatto, con le loro logiche di lock-in.

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Dalla tecnologia al mercato

La tecnologia, ovviamente, è condizione necessaria ma non sufficiente per creare un mercato digitale davvero funzionale. Ecco perché le aziende europee che hanno scritto alla Commissione UE sostenendo EuroStack sottolineano anche come sia necessario intervenire sin da subito in altri sensi, creando quella domanda di soluzioni digitali europee che sinora è sempre mancata. Ad esempio, è necessario fare in modo che gli utenti e le aziende europee siano incentivati a “comprare europeo” quando fanno le loro scelte tecnologiche, cosa possibile solo se si dà evidenza e si mette a fattor comune, coordinandola e federandola, l’offerta di prodotti e servizi digitali europei che già esiste, ma che è poco evidente di fronte allo strapotere dei “soliti noti” non-europei.

Viene chiesto alla UE anche di razionalizzare i progetti di ricerca che sono già previsti nei prossimi anni, per dare priorità e fondi a quelli che soddisfano davvero le necessità immediate degli utenti potenziali o quelle strategiche dell’Europa, come ad esempio l’indipendenza nei servizi cloud e la garanzia della cybersecurity. E siccome, in ogni caso, l’indipendenza digitale europea non si potrà realizzare se non con rilevanti investimenti, c’è la proposta di creare un Sovereign Infrastructure Fund: un fondo sovrano europeo che segua dinamiche diverse da quelle dei classici investimenti UE in innovazione, affiancandoli senza sostituirli.



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