30 Marzo 2025
Meno unicorni, più zebre: un modello “umano” per startup sostenibili


Ritmi frenetici, pressioni costanti, una corsa sfrenata alla crescita: il mondo delle startup ha costruito il proprio mito sull’immagine dell’imprenditore instancabile, capace di affrontare qualsiasi sfida. Tuttavia, dietro questa immagine si cela una realtà complessa e spesso trascurata: la salute mentale degli imprenditori è messa a dura prova da pressioni estreme, aspettative irrealistiche e una costante sensazione di isolamento. 

Startup sostenibili: le sfide legate alla salute mentale degli imprenditori

Oggi, sempre più voci nel settore chiedono un cambiamento: è possibile ripensare il modello delle startup in modo più sostenibile, senza sacrificare il benessere di chi le guida? Dalla governance aziendale ai nuovi modelli di crescita, il dibattito è aperto.

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Secondo una ricerca della UCSF School of Medicine, il 72% degli imprenditori segnala difficoltà di salute mentale di qualche natura e altre ricerche indicano che il 30% dei co-fondatori ha lottato con la depressione, rispetto a meno del 7% della popolazione generale. Le startup, spesso caratterizzate da un ambiente di lavoro ad alta intensità e da un’incertezza finanziaria cronica, possono infatti accentuare questi problemi. Un’indagine di Startup Snapshot ha rilevato che il 50% dei founder sente di non poter condividere apertamente le proprie difficoltà emotive, per paura di sembrare deboli agli occhi di investitori e collaboratori.

Questo senso di isolamento può avere impatti devastanti, aumentando il rischio di burnout, decisioni affrettate e, nei casi più estremi, gravi problemi psicologici. Una situazione preoccupante si riscontra anche a livello di dipendenti, dove secondo il rapporto Global Human Capital Trends di Deloitte, il 56% delle aziende dichiara che il benessere dei dipendenti è una priorità, ma solo il 22% implementa misure concrete per migliorarlo. Questo scollamento tra retorica e azione rientra in un fenomeno noto come work-life balance washing, dove si promuove un’idea idealizzata dell’equilibrio tra vita e lavoro mentre, nella realtà, i dipendenti – e in particolare gli imprenditori – devono affrontare carichi di lavoro e pressioni crescenti.

Il mito del founder indistruttibile

Se da un lato, dunque, il mito dell’imprenditore indistruttibile continua a dominare la narrativa del settore; dall’altro emerge sempre più la necessità di affrontare in modo strutturale il tema del benessere mentale anche nel mondo delle startup.

Eric Ries, celeberrimo autore di The Lean Startup, ha sollevato recentemente una questione che spesso rimane in secondo piano nel mondo delle startup: il prezzo umano della crescita accelerata. Il sistema attuale, sostiene Ries, non è difeso perché inevitabile, ma perché è fragile e ha bisogno di giustificarsi.

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La retorica dell’imprenditore infallibile, pronto a sacrificare tutto per il successo, ha creato un ambiente in cui molti founder, anche dopo aver raggiunto la stabilità finanziaria, si ritrovano profondamente insoddisfatti. Le scelte fatte lungo il percorso, le rinunce personali e la pressione costante finiscono per lasciare cicatrici difficili da sanare.

Uno degli aspetti più critici di questo modello è il fenomeno del vampire founder. Chi avvia una startup spesso si convince di essere indispensabile, l’unico vero motore dell’impresa. Con il tempo, però, questo senso di onnipresenza diventa una trappola. Mentre il team intorno cambia e si rinnova, il founder rimane solo, prigioniero del ruolo che si è costruito. Separare la propria identità dal destino dell’impresa diventa impossibile e il rischio di esaurimento emotivo cresce, portando ansia, stress e, nei casi più estremi, depressione.

Governance aziendale sostenibile e benessere mentale

Il sistema delle startup è oggi caratterizzato da un eccesso di capitale rispetto alle reali opportunità di crescita, creando una pressione costante per espandersi a ritmi insostenibili. Questo porta i founder a compromettere i loro valori iniziali per adattarsi alle aspettative degli investitori, un processo che Ries definisce “surgical deboning” – una progressiva perdita della distintività aziendale sotto l’influenza della “gravità” finanziaria. La ricerca costante di capitali e la necessità di dimostrare una crescita esponenziale spesso spingono gli imprenditori verso decisioni che non sono allineate con la missione originale dell’impresa, aumentando il rischio di burnout e insoddisfazione personale.

Un aspetto cruciale per mitigare questi effetti negativi è una governance più sostenibile. Ries – in linea con i dettami della Business Roundtable del 2019 – sfida l’idea della shareholder primacy come unica modalità di gestione e propone alternative più sostenibili, come il Long Term Benefit Trust di Anthropic.

Un nuovo approccio alla crescita e alla governance: l’esempio di Anthropic

L’azienda, leader nella ricerca sull’Intelligenza Artificiale, ha scelto di adottare un modello di governance innovativo per garantire che la propria attività rimanga allineata agli interessi della società nel lungo periodo. Il cuore di questa strategia è un meccanismo (il Trust) pensato per ridurre la dipendenza dell’impresa dalle sole logiche speculative del mercato e assicurare che il suo sviluppo sia guidato da principi di responsabilità sociale e sostenibilità. Il Trust detiene una classe speciale di azioni che garantisce ai suoi fiduciari un potere di controllo progressivo sulle decisioni aziendali. In una fase iniziale, i fiduciari possono nominare uno dei cinque membri del consiglio di amministrazione, ma con il raggiungimento di determinati traguardi strategici e tecnologici il loro ruolo si espande, fino a permettere loro di designare la maggioranza del consiglio.

Questo meccanismo ha un impatto significativo: con il passare del tempo, la governance dell’azienda sarà sempre più influenzata da un organismo indipendente, incaricato di proteggere la missione etica e il beneficio sociale di Anthropic, piuttosto che rispondere unicamente alla pressione degli investitori per ottenere ritorni finanziari immediati. Si tratta di una scelta che segna una netta discontinuità rispetto alla struttura tradizionale delle startup tecnologiche, dove il controllo è spesso concentrato nelle mani di venture capitalist e investitori istituzionali con obiettivi di breve termine.

Questo approccio potrebbe ispirare altre startup a ripensare le proprie strategie di governance, promuovendo modelli aziendali che tengano conto non solo degli interessi degli investitori, ma anche di quelli di dipendenti, clienti e della collettività.

Sostenibilità e benessere: nuovi driver per le startup

Se vogliamo costruire un ecosistema startup più sano, dobbiamo ripensare il modo in cui valutiamo il successo imprenditoriale delle startup. Non si tratta solo di metriche di crescita, ma anche di sostenibilità, benessere dei founder e dei dipendenti e capacità di preservare la mission originale delle imprese.

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Ries sottolinea l’importanza di costruire imprese che non siano focalizzate esclusivamente sul profitto immediato, ma che adottino una visione a lungo termine, integrando pratiche sostenibili. Appare dunque opportuno investire in quella che viene chiamata economia ed imprenditorialità sociale. Un recente rapporto, commissionato dalla European Innovation Council and SMEs Executive Agency (EISMEA) analizza l’impatto socio-economico dell’economia sociale nell’Unione Europea e mostra come nei 27 Stati membri dell’UE l’economia sociale comprende oltre 4,3 milioni di organizzazioni attive, che impiegano più di 11,5 milioni di persone, pari al 6,3% della popolazione occupata. Il settore gioca un ruolo cruciale in ambiti strategici come la salute, l’agroalimentare, le energie rinnovabili e le industrie culturali e creative, a testimonianza di come l’economia sociale non sia solo volano di sviluppo economico, ma anche promotore di coesione sociale e benessere collettivo.

Tuttavia, la persistenza del modello dominante delle startup focalizzato sulla crescita esponenziale e sulla massimizzazione del valore per gli investitori – riflette una serie di problemi che meritano un cambio paradigmatico.

Come suggerito da Sumantra Ghoshal nel suo celebre articolo Bad Management Theories Are Destroying Good Management Practices (2005), molte teorie di management hanno legittimato pratiche nocive, diffondendo un approccio deterministico che deresponsabilizza gli attori economici e nega la dimensione etica della gestione aziendale. Secondo Ghoshal, la predominanza della teoria dell’agenzia e di altre teorie economiche basate sul principio dell’homo economicus ha contribuito a creare un clima di sfiducia e iper-controllo, portando a pratiche di management che favoriscono esclusivamente gli shareholder a scapito di una visione più ampia e sostenibile dell’impresa.

Analogamente, nel mondo delle startup, siamo prigionieri di una serie di teorie e pratiche che premiano l’accelerazione a ogni costo, senza interrogarsi sugli effetti di lungo termine per i founder, i lavoratori e la società. L’idea che una startup debba essere valutata solo sulla base della sua capacità di raccogliere capitali e scalare rapidamente è figlia dello stesso riduzionismo teorico che ha portato alla crisi della corporate governance tradizionale. Così come Ghoshal criticava le business school per aver diffuso queste teorie senza metterle in discussione, probabilmente oggi dovremmo fare lo stesso esercizio di autoanalisi nel contesto delle startup.

Inoltre, così come Ghoshal denunciava la trasformazione del management in una disciplina dominata dalla matematizzazione estrema e dall’illusione di poter ridurre tutto a modelli predittivi, le startup oggi sono spesso schiave di metriche di performance che non tengono conto della complessità umana e organizzativa. La fiducia cieca nei dati porta a una gestione basata esclusivamente su indicatori quantitativi, come numero di utenti o round di finanziamento, ignorando fattori qualitativi come la cultura aziendale, la soddisfazione dei dipendenti e la sostenibilità del modello di business. Ghoshal criticava fortemente l’uso di modelli economici che ignorano la componente umana della gestione, sostenendo che il vero valore di un’impresa non possa essere ridotto a una funzione matematica. Le startup che cadono in questa trappola rischiano di perdere la loro identità, sacrificando la loro missione originale in nome della crescita a tutti i costi

Sfatare il mito del founder indistruttibile

La letteratura scientifica ha messo in luce il legame inscindibile tra imprenditorialità e benessere psicofisico, evidenziando come il lavoro autonomo possa essere sia una fonte di realizzazione che un fattore di rischio per la salute. Diversi studi (Nikolaev et al., 2023; Stephan et al., 2023) dimostrano che l’intensità dello stress imprenditoriale, unita all’assenza di supporti strutturati tipici del lavoro dipendente, può generare effetti ambivalenti: da un lato, gli imprenditori sperimentano un maggiore senso di autonomia e soddisfazione rispetto ai lavoratori tradizionali; dall’altro, il carico di responsabilità e l’incertezza finanziaria aumentano il rischio di burnout, ansia e isolamento.

Il modello attuale di startup, basato su ritmi estremi e sulla pressione della crescita esponenziale, esaspera queste dinamiche, rendendo il benessere dei founder una variabile critica per la sostenibilità aziendale. Il benessere, dunque, non è solo un fattore personale, ma un elemento chiave per la performance e la sostenibilità delle imprese. Superare il mito dell’imprenditore instancabile e integrare modelli di gestione più attenti alla salute può rappresentare una leva strategica per costruire startup più resilienti, innovative e capaci di affrontare le sfide del futuro senza compromettere il capitale umano su cui si fondano.

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Eppure, un’alternativa esiste. Sempre Eric Ries sottolinea infatti come costruire startup basate sulla fiducia e su valori condivisi sia, nel lungo periodo, più redditizio di un modello fondato sulla pressione continua e sull’iper-sfruttamento. Anche se il sistema attuale rende difficile vederlo un cambiamento è possibile ed è auspicato, proprio come “The Lean Startup” è passato da teoria di nicchia a principio cardine dell’innovazione in pochi anni. Questo dimostra che anche il modo di fare impresa può evolversi. Ripensare il modello di startup non significa rinunciare all’ambizione, ma imparare a costruire imprese più resilienti e imprenditori più consapevoli, in grado di affrontare le sfide senza sacrificare sé stessi nel processo.

Meno unicorni e più zebre: esplorare l’intero “zoo imprenditoriale”

Se fino a poco tempo fa il mantra dominante nel mondo delle startup era la “growth at all costs”, oggi alcuni cambiamenti iniziano ad avvertirsi. In effetti, la corsa sfrenata alla valutazione miliardaria ha dimostrato i suoi limiti: molte delle startup definite unicorno attualmente non vale più un miliardo di dollari, segno che la bolla delle valutazioni gonfiate si sta sgonfiando. In questo contesto, ci si aspetta che molte startup possano condividere modelli di crescita più sostenibili, e tra questi spiccano le startup zebra, il cui obiettivo è combinare redditività e impatto sociale, sfidando la narrazione del successo basata unicamente sulla scalabilità esponenziale.

A differenza delle startup unicorno, nate per soddisfare le logiche speculative dei venture capitalist, le zebra mettono al centro la creazione di valore per tutti gli stakeholder: dipendenti, clienti, comunità e investitori. La loro filosofia è stata formalizzata nel 2017 da quattro imprenditrici – Mara Zepeda, Jennifer Brandel, Astrid Scholz e Aniyia Williams – nell’articolo Zebras Fix What Unicorns Break, in cui denunciano le distorsioni del sistema tradizionale di venture capital. Secondo le autrici, il modello unicorno è rotto, poiché premia uscite rapide e rendimenti immediati, ignorando la sostenibilità e il benessere collettivo. Il movimento Zebras Unite, nato da questa riflessione, ha dato vita a un network globale di imprenditori e investitori che promuovono un’alternativa più equa, basata sulla collaborazione e sulla crescita responsabile.

Le zebre si oppongono alla logica dell’unicorno e propongono un nuovo paradigma incentrato su tre principi chiave. Il primo è la sostenibilità e crescita responsabile, un approccio che privilegia uno sviluppo graduale e stabile, senza le distorsioni generate dalla corsa alla capitalizzazione immediata. Il secondo è il mutualismo e supporto collettivo, che sostituisce la competizione aggressiva con la cooperazione tra imprese, creando ecosistemi imprenditoriali basati sulla condivisione di risorse e conoscenze. Il terzo è la resilienza e adattabilità, caratteristiche che permettono alle zebra di sopravvivere nel lungo periodo, costruendo modelli di business solidi invece di puntare esclusivamente a exit milionarie.

Il simbolismo della zebra non è casuale. A differenza dell’unicorno, che è una creatura mitologica, le zebre esistono davvero, rappresentando aziende reali e radicate nel loro contesto. Le loro striature bianche e nere evocano l’equilibrio tra profitto e impatto sociale, dimostrando che le imprese possono essere sia sostenibili che redditizie. Inoltre, le zebre vivono e prosperano in branco, incarnando l’idea di un’economia basata sulla cooperazione piuttosto che sulla competizione estrema. Questo approccio si traduce in modelli di business resilienti, che favoriscono l’autosufficienza finanziaria rispetto alla dipendenza dai finanziamenti esterni.

La crescente attenzione verso le startup zebra si inserisce dunque in un più ampio processo di demistificazione del modello unicorno, un fenomeno che ha portato alla nascita di un vero e proprio “zoo imprenditoriale”. Nel tempo, infatti, nuove metafore sono emerse per descrivere diverse strategie di crescita e adattamento. Tra queste, le startup cammello, nate come risposta alla crisi economica e alla pandemia, rappresentano imprese resilienti, capaci di sopravvivere in ambienti ostili senza fare affidamento su continui round di finanziamento. Le startup fenice simboleggiano aziende che, dopo una crisi o un fallimento, riescono a reinventarsi e tornare più forti sul mercato grazie a strategie di pivoting. Le startup rinoceronte, invece, puntano a una crescita solida e concreta, fondata su utili reali e non su valutazioni speculative. O infine le startup gazzella, definite già negli anni ’80 dall’economista David Birch, si distinguono per tassi di crescita sostenuti e continui.

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Verso un ecosistema startup più sano e consapevole

L’evoluzione dello zoo imprenditoriale riflette il cambiamento in atto nel mondo delle startup, sempre più orientato verso modelli sostenibili e meno dipendenti dalle logiche della finanza speculativa. Se l’ultimo decennio è stato dominato dalla ricerca spasmodica di nuovi unicorni, il futuro potrebbe appartenere alle zebre, ai cammelli e alle fenici, simboli di un’imprenditorialità più consapevole, resiliente e attenta al contesto in cui opera.  Così come Sumantra Ghoshal invitava a ripensare le basi teoriche del management per evitare pratiche dannose, oggi è necessario pertanto interrogarsi su come le teorie e pratiche dominanti influenzino il mondo delle startup. Se continuiamo a inseguire modelli di crescita sbilanciati e basati sulla massimizzazione del valore per pochi, rischiamo di perdere l’opportunità di costruire un ecosistema più equo e resiliente.

Forse è tempo di ridefinire il concetto stesso di successo, mettendo al centro non solo la scalabilità, ma anche la sostenibilità e il benessere di chi fa impresa.



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