31 Marzo 2025
con i dazi le imprese perdono 11 miliardi sull’export in Usa


Marco Granelli, emiliano di Salsomaggiore, 62 anni, presidente di Confartigianato e titolare di una impresa delle costruzioni:

Io non voglio farla litigare per forza con il governo, ma so che non ha gradito il fatto che sia stata mantenuta la scadenza del 31 marzo per la sottoscrizione obbligata delle cosiddette “polizze catastrofali” da parte degli imprenditori. Avevate chiesto un rinvio, che al momento non è contemplato.

Usare polizze assicurative per affrontare le emergenze catastrofali può essere una buona pratica, e lo abbiamo detto. Ci aspettavamo però che il decreto applicativo chiarisse due aspetti fondamentali: quali rischi vengono coperti e quali sono i contenuti delle polizze. Questo ha creato grande disorientamento tra le imprese, che si trovano a dover sottoscrivere una polizza senza certezze, spesso cercando solo il costo minimo, come fosse una tassa. Serve chiarezza, soprattutto per i territori più esposti a eventi estremi, come abbiamo visto in Emilia-Romagna con le alluvioni. Manca una mappatura chiara delle aree più vulnerabili, e un criterio uniforme per l’applicazione delle tariffe.

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Vi era stato fatto balenare un rinvio del provvedimento, c’era anche un emendamento al decreto bollette che però è stato giudicato inammissibile. Adesso siete stati convocati proprio il 31 marzo, all’ultimo minuto…

La situazione è ancora incerta. Potrebbe essere l’ultima occasione utile, ma si rischia di decidere all’ultimo momento. Inoltre, sembra che serva un decreto del Consiglio dei Ministri per chiarire questi aspetti, il che rende tutto ancora più incerto. Nel frattempo, la domanda che tutti si fanno è: la proroga per l’obbligo di sottoscrizione di queste polizze arriverà o no?

Cosa state consigliando agli associati, di farla o di non farla la polizza?

Siamo ancora appesi in questa situazione di incertezza. Tra l’altro, c’è un problema concreto: senza una polizza catastrofale, alcune imprese rischiano di perdere l’accesso ai finanziamenti in corso. Se non arriveranno certezze, l’unica opzione sarà stipulare le polizze meno onerose possibili, ma in questo caso non avremo la garanzia che coprano davvero le esigenze delle aziende.

Passiamo a un tema più generale, l’andamento dell’economia italiana. Molti esponenti del governo sembrano ottimisti, esaltano alcuni dati positivi, ma vorrei chiedere a voi cosa ne pensate.

L’incertezza è il problema più pervasivo per le nostre imprese. Il contesto di guerre, le politiche americane sui dazi, il costo del denaro elevato degli ultimi anni e il restringimento del credito alla nostra tipologia di impresa stanno frenando gli investimenti, soprattutto in sostenibilità e transizione ecologica, e quelli necessari per l’ammodernamento delle attrezzature e degli stabilimenti produttivi. Abbiamo perso mercati importanti come Russia e Ucraina, settori chiave come la moda e l’automotive stanno soffrendo. E spesso c’è un paradosso: le aziende hanno lavoro e commesse, ma faticano a trovare manodopera qualificata. Tra calo demografico e cambio generazionale, molte imprese non riescono a espandersi come vorrebbero. Servono soluzioni strutturali, e l’apprendistato è uno strumento che ha funzionato, portando 500.000 giovani nel mondo del lavoro negli ultimi sei anni. Dobbiamo rafforzare il collegamento tra scuola e impresa per colmare il divario tra formazione teorica e competenze pratiche.

Il presidente americano Trump minaccia pesanti dazi sulle nostre esportazioni. Lei che ne pensa, sarebbe meglio rispondere a muso duro, o cercare di non litigarci e fare qualche concessione?

La risposta europea alla questione dei dazi imposti da Trump dovrebbe essere unitaria, perché solo con un’Europa coesa possiamo far fronte a questa sfida. Se, come si dice, l’Italia avesse un canale privilegiato con Trump, questo dovrebbe essere utilizzato per portare benefici a tutta l’Unione, e non per intraprendere azioni isolate. E se l’amministrazione americana dovesse iniziare a trattare differenziando i singoli paesi dell’Ue, soprattutto quelli più forti economicamente, la situazione rischierebbe di mettere ancora più in crisi il sistema europeo. La chiave per affrontare questa sfida è la diplomazia. Trump ha sempre seguito una strategia “stop and go”, come abbiamo visto con Canada e Messico, cercando di bilanciare le sue posizioni. Il suo approccio, un po’ da commerciante, mira a riequilibrare i numeri in favore di paesi che considera troppo vantaggiosi per altri. Pertanto è fondamentale che i nostri diplomatici lavorino senza sosta per mantenere un dialogo costante con gli Stati Uniti. Perdere il mercato americano sarebbe devastante, soprattutto per le piccole e medie imprese europee.

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Voi avete calcolate l’impatto potenziale dei dazi americani sull’Italia?

Se i dazi dovessero davvero arrivare al 20%, l’impatto negativo sull’export italiano negli Stati Uniti sarebbe di circa 11 miliardi di euro sui 67 miliardi complessivi che attualmente esportiamo. Gli Usa sono il nostro secondo mercato, subito dopo la Germania, e colpirebbe particolarmente le piccole imprese italiane, che esportano circa 18 miliardi di beni negli Stati Uniti. Giustamente, ci viene suggerito nel piano nazionale per l’export di pensare a una diversificazione dei mercati, e lo stiamo facendo: mercati come quelli dell’America Latina, gli Emirati Arabi e il Giappone stanno diventando sempre più rilevanti. Ma non possiamo pensare di sostituire l’apporto degli Stati Uniti in pochi mesi. Insomma: una guerra commerciale danneggerebbe tutti, anche i consumatori americani, che probabilmente non apprezzerebbero l’aumento dei costi sui prodotti italiani. Va detto che i nostri prodotti fanno parte di una fascia medio-alta – penso alla moda, al calzaturiero, alla gioielleria e agli arredi. Un dazio del 20% e un conseguente aumento del prezzo potrebbe avere un impatto meno significativo sulle tasche dei i consumatori americani più abbienti e disposti a spendere. Però la diplomazia è fondamentale. Non dobbiamo interrompere i tentativi di dialogo, ma presentarci più uniti come Europa.

L’Istat ci ha rivelato che la pressione fiscale nel 2024 è aumentata in modo significativo. Come commenta?

La pressione fiscale in Italia è un problema cronico, soprattutto per le piccole imprese, che sono il cuore dell’economia del nostro paese. Parlando onestamente, una riduzione della pressione fiscale richiederebbe un intervento profondo, partendo da una revisione della spesa pubblica, che oggi ammonta a 1.147 miliardi di euro. L’idea sarebbe trasformare l’adempimento fiscale in un atto di solidarietà, dove i contribuenti sentono che il loro denaro viene impiegato in modo efficiente. Pagare le tasse sarebbe meno doloroso se, in cambio, avessimo servizi pubblici efficienti. Purtroppo, però, l’Italia è agli ultimi posti in Europa per la qualità percepita dei suoi servizi pubblici, un dato che amplifica il malcontento. Inoltre, bisogna continuare a semplificare gli adempimenti fiscali, che oggi costano alle imprese un sacco di tempo. La burocrazia è un freno enorme, e la recente riforma delle scadenze fiscali è un passo in avanti. Ma dobbiamo fare di più, magari con una revisione dell’IRPEF, riducendo le aliquote e semplificando ulteriormente. Un sistema fiscale più semplice e una burocrazia snella, insieme a un miglioramento dei servizi pubblici, sono condizioni essenziali per creare un ambiente dove le imprese possano prosperare. È chiaro che meno si paga, meglio è. Ma se le tasse sono commisurate a servizi che funzionano e a un mercato efficiente, allora anche l’adempimento fiscale diventa più accettabile. La vera sfida è fare in modo che l’imprenditore senta che sta pagando per qualcosa di concreto, e che operare nel mercato sia un’opportunità reale e non un ostacolo.

 

Roberto GiovanniniGiornalista



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