
Contrariamente a quanto spesso si pensa, il problema salariale e della povertà non dipende né dal livello delle imposte né dalla dimensione delle imprese. Alla base di questi fenomeni vi è una progressiva de-specializzazione produttiva e un livello di conoscenza tecnologica inferiore rispetto alla media dei Paesi europei
Recentemente, diverse statistiche dell’Ocse e dell’Istat hanno evidenziato l’andamento poco entusiasmante dei salari e la sostanziale stabilità dell’alta presenza di povertà in Italia. Questi due fenomeni economici, pur denunciati da più parti, non rappresentano un’anomalia. Non solo per la loro continuità nel tempo, ma perché, nelle attuali condizioni, è strutturalmente impossibile ottenere salari più alti e ridurre significativamente la povertà.
Da cosa dipendono i salari
Contrariamente a quanto spesso si pensa, il problema salariale e della povertà non dipende né dal livello delle imposte né dalla dimensione delle imprese. Alla base di questi fenomeni vi è una progressiva de-specializzazione produttiva e un livello di conoscenza tecnologica inferiore rispetto alla media dei Paesi europei. Sebbene investire in ricerca e sviluppo e proteggere l’innovazione tramite i brevetti sia un’attività tipica delle imprese, molte aziende italiane rinunciano a queste strategie.
Non perché non ne riconoscano il valore, ma a causa della loro specializzazione produttiva. Detto altrimenti, stiamo parlando della capacità di brevettazione: infatti i brevetti riflettono fedelmente la posizione dell’economia italiana nel contesto europeo. Di conseguenza, salari e povertà non sono il risultato di semplici politiche salariali o governative, ma rappresentano il riflesso della struttura economica del Paese, che cresce meno rispetto ad altre nazioni europee.
Specializzazione e innovazione
Se la specializzazione economica può essere analizzata attraverso l’intensità tecnologica degli investimenti, la capacità del sistema produttivo di difendersi dalla concorrenza tramite i brevetti è altrettanto fondamentale. I brevetti garantiscono profitti futuri e sono tipici dei settori ad alto valore aggiunto e intensità di conoscenza.
Prima di analizzare le differenze salariali tra Italia, Francia, Germania e Spagna, è utile osservare il posizionamento tecnologico nazionale attraverso i dati dell’Epo, European Patent Office, cioè l’ufficio brevetti. I principali settori di brevettazione sono: tecnologia informatica, macchinari elettrici, apparecchiature ed energia, comunicazione digitale, tecnologia medica, trasporti, misurazione, biotecnologia, prodotti farmaceutici, altre macchine speciali e chimica fine organica. Il posizionamento dell’Italia riflette la sua specializzazione produttiva: al netto di trasporti e macchinari, dove comunque non eccelle, il paese è assente negli altri settori di brevetti Epo.
Inoltre, i settori chiave per la transizione ecologica e la digitalizzazione, con elevati tassi di crescita in termini di valore aggiunto, salari, profitti e conoscenza incorporata, sono completamente trascurati. Anche il cosiddetto Made in Italy, legato alla produzione di macchinari industriali, non si distingue particolarmente.
Italia in ritardo nell’innovazione
Il settore è dominato da pochi grandi player, con un impatto limitato dell’impresa nazionale. A conferma di questa tendenza, la Germania detiene il 60 per cento dei brevetti europei, la Francia il 6,9 per cento, l’Olanda segue al 5,6 per cento e l’Italia ha solo il 5,3 per cento. Questa de-specializzazione ha influito negativamente sulla crescita economica, costando al Paese almeno un punti di pil ogni anno, con conseguenze dirette sulla povertà e sulla stagnazione salariale.
L’effetto sui salari
Ma quanto costa, in termini di salari, questa situazione rispetto a Francia e Germania? Guardando i dati a prezzi costanti, emerge che i salari italiani erano inferiori rispetto a quelli francesi di 3.153 euro nel 2000 e di ben 11.142 euro nel 2023. Rispetto alla Germania, il divario era di 8.529 euro nel 2000 e di 15.851 euro nel 2023. Solo nei confronti della Spagna si registrava un vantaggio, che però si è ridotto nel tempo: da 3.103 euro nel 2000 a soli 506 euro nel 2023. Senza un cambiamento della struttura economica nazionale, è difficile immaginare un’inversione di rotta nella dinamica salariale e nella riduzione della povertà.
È una sfida sistemica che, purtroppo, pochi sono disposti ad affrontare. Denunciare la stagnazione dei salari e l’elevato tasso di povertà è necessario, ma non sufficiente: servono riforme strutturali ormai non più rinviabili.
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