5 Aprile 2025
Gli effetti dei dazi di Trump sui prodotti italiani non si vedranno subito


Nell’ultima settimana, in attesa dell’annuncio dei dazi da parte di Donald Trump, nessun container carico di bottiglie di vini e alcolici è partito dai porti italiani. Le spedizioni si sono fermate ben prima del «Liberation Day», come l’ha chiamato il presidente americano. I carichi spediti non sarebbero arrivati prima dell’entrata in vigore delle nuove tariffe, con il pericolo che i minacciati dazi fino al 200 per cento sarebbero stati poi a carico dell’importatore.

Ora che Trump con la sua lavagnetta nel Rose Garden della Casa Bianca ha annunciato i dazi a tappeto per mezzo mondo sulle merci importate negli Stati Uniti, sappiamo che l’Unione europea, e quindi anche l’Italia, subirà dazi del 20 per cento, che salgono al 25 per cento per le auto.

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Le aziende americane che vogliono vendere le merci italiane ai consumatori americani dovranno quindi pagare al fisco statunitense una tassa del 20 per cento. È probabile che i prezzi dei prodotti italiani saliranno e che le vendite diminuiranno. E la domanda che tutti ora si pongono è che effetti avranno questi dazi sull’export italiano.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha annullato gli impegni previsti in agenda per il 3 aprile, convocando un vertice di governo per capire come muoversi con l’amico Trump. Ma probabilmente le ripercussioni non si vedranno nell’immediato. Sul lungo periodo, invece, se i dazi dovessero restare tali e quali, le cose potrebbero andare peggio. E a essere colpiti potrebbero essere soprattutto alcuni settori, tra cui quello dei macchinari e delle auto, ai primi posti nell’export.

Cosa accadrà?
Gli Stati Uniti, dopo Germania e Francia, sono il terzo Paese in ordine di grandezza verso il quale l’Italia esporta i propri prodotti. Nel 2024, le esportazioni italiane verso gli Stati Uniti hanno raggiunto un valore di circa 73 miliardi di euro, in crescita rispetto ai 67 del 2023. E comunque in aumento continuo da dieci anni. Gli Stati Uniti rappresentano quindi un mercato verso cui le imprese italiane hanno molto puntato per l’export, anche a fronte della solidità dell’economia americana.

Per calcolare l’effetto dei dazi al 20 per cento sulle esportazioni italiane, bisogna però considerare due fattori, spiega su Lavoce.info Tommaso Monacelli, professore di Economia all’Università Bocconi di Milano, che insieme ad altri economisti ha condotto uno studio commissionato dal Parlamento europeo sull’effetto dei dazi americani sull’export del Vecchio continente.

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Il primo fattore da considerare è «quanto del dazio sarà trasferito sul prezzo finale al consumatore americano e quanto invece sarà assorbito da riduzioni di margini». L’importatore americano che paga il dazio può decidere di sostenerne il costo, oppure di scaricarlo sui consumatori, alzando i prezzi. Ipotizzando che il dazio del 20 per cento venga trasferito per due terzi sul prezzo applicato nel mercato americano dalle imprese importatrici, vuol dire che il prezzo aumenterà del 15 per cento. Ma l’esportatore, vedendo che gli ordini calano a causa dei dazi, potrebbe anche decidere di abbassare i prezzi, contribuendo a sostenere il costo del dazio. Bisogna capire quanto le aziende italiane sono disposte a ridurre i margini di guadagno, pagando un po’ del dazio, pur di continuare a esportare negli Stati Uniti.

Il secondo fattore da considerare è la cosiddetta «elasticità di sostituzione del commercio». Cioè se i prodotti importati, più cari perché sottoposti ai dazi, verranno sostituiti da altri prodotti più economici. Se il prezzo del Parmigiano Reggiano esportato negli Stati Uniti aumenta del 15 per cento, quanto gli importatori americani (e quindi i consumatori) compreranno altri tipi di formaggio, americano o no, più economici? L’idea di Trump è che gli americani saranno spinti a comprare prodotti americani. Ma non è detto, perché potrebbero scegliere anche un formaggio argentino o cileno a un prezzo più basso, continuando a non mangiare formaggio Made in Usa.

In ogni caso, sottolinea Monacelli, la distinzione tra quello che succederà nell’immediato, o entro un anno, e gli effetti sul lungo periodo è cruciale. Perché nel lungo periodo i mercati tendono ad aggiustarsi con l’ingresso di nuovi produttori, le imprese potrebbero spostarsi verso altri mercati e decidere di non esportare più verso gli Stati Uniti e le stesse scelte dei consumatori potrebbero cambiare.

Nel breve periodo
La ricerca mostra che nel breve periodo le elasticità di sostituzione del commercio sono basse, anche se variano da prodotto a prodotto. Nel lungo periodo, invece, le elasticità aumentano e i rischi per l’export italiano aumentano.

Al primo posto tra le merci più esportate dall’Italia negli Stati Uniti ci sono i macchinari (circa 13 miliardi di euro), seguiti da articoli farmaceutici (10 miliardi), mezzi di trasporto (quasi 8 miliardi) e prodotti alimentari e bevande (oltre 7,7 miliardi).

I principali settori di esportazione dell’Italia verso gli Stati Uniti, spiega Monacelli, hanno una bassa elasticità a breve termine. Questo avviene grazie a una specializzazione delle imprese italiane in prodotti di nicchia e altamente differenziati, non facili da sostituire nel breve periodo. Ad esempio, i consumatori americani che preferiscono l’olio d’oliva italiano a quello americano, difficilmente lo sostituiranno così su due piedi. Anche perché non ci sono imprese americane o estere in grado di produrre in poco tempo la stessa quantità di olio richiesta dai consumatori dell’olio italiano. Quindi, le cose, nel breve periodo potrebbero non cambiare. Molto dipenderà da quanto l’olio italiano costerà di più e quanto le imprese italiane saranno disposte a comprimere i propri margini di guadagno.

Secondo i calcoli di Monacelli e colleghi, nel giro di un anno le esportazioni italiane verso gli Stati Uniti si ridurranno di 6 miliardi. Una cifra relativamente contenuta e sostenibile, se si pensa al totale dell’export di circa 73 miliardi. Anche perché l’imposizione dei dazi da parte degli Stati Uniti produrrà il deprezzamento dell’euro rispetto al dollaro, attutendo nel breve periodo l’impatto negativo delle tariffe sulla domanda di export.

Lucio Miranda, presidente di ExportUsa, società di consulenza che aiuta le imprese italiane a entrare nel mercato italiano, invita anche a «leggere tra le righe delle normative globali». Ad esempio, spiega, resta confermata la “First Sale Rule”, ovvero quella regola che consente di calcolare i dazi doganali sul primo prezzo di vendita nella catena commerciale (il più basso), e non sull’ultimo prezzo pagato dal cliente americano. Se il valore su cui si calcola il dazio è basso, anche il dazio sarà minore. Inoltre, Miranda ricorda che gli ordini di e-commerce diretti dall’Italia verso gli Stati Uniti con valore inferiore a 800 dollari sono ancora esenti da dazi (esenzione che Trump ha eliminato per la Cina). Anche se la regola non vale per tutte le merci, le aziende italiane che hanno uno shop online potrebbero quindi spingere agli acquisti diretti sulle loro piattaforme.

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Nel lungo periodo
Le cose però potrebbero cambiare, invece, nel lungo periodo. Con differenze notevoli tra i settori. Molto dipenderà sicuramente da quanto i settori sono «esposti» verso gli Stati Uniti, cioè quanto pesa l’export americano nel proprio business, e quanto i loro prodotti potranno essere sostituiti.

Alcuni settori, come quello delle bevande, valgono meno – l’export di vino italiano nel 2023 è stato di 1,76 miliardi – ma sarebbero più colpiti dai dazi. Questo perché in media il 40 per cento dell’export extra-Ue del vino italiano finisce negli Stati Uniti, con picchi del 50 per cento per alcune aziende. Espandersi verso altri mercati per queste imprese non sarà semplice: i prodotti italiani sono di solito di fascia alta, destinati a consumatori con alto potere d’acquisto, e quindi bisognerà trovare mercati «alto spendenti» in grado di sostituire quello americano. Ma questo potrebbe essere anche un asso nella manica per il Made in Italy: trattandosi di consumatori ricchi, potrebbero essere disposti a pagare un prezzo più alto. Come ha spiegato Antonio Cellie, amministratore delegato di Fiere di Parma, «se aumentiamo del 20 per cento il prezzo di un formaggio di base olandese, questo raddoppia praticamente sul prezzo per un consumatore che ha una disponibilità di spesa molto bassa e quindi lo costringe a prendere un prodotto locale oppure a non consumare quel prodotto. Il consumatore di parmigiano lo paga 50 dollari al chilo, se lo paga anche 55/60 è quasi irrilevante».

Altra incognita è se alcune aziende decideranno nel lungo periodo di spostare la produzione negli Stati Uniti per evitare i dazi, come Trump vorrebbe. Ad esempio, tra le aziende farmaceutiche italiane oltre il 90 della produzione nazionale viene venduta all’estero, di cui un quinto negli Stati Uniti. Le grandi multinazionali europee del settore potrebbero quindi spostare alcune loro sedi negli Stati Uniti, con danni notevoli in termini di investimenti e occupazione.

Ma se i dazi del 20 per cento verranno mantenuti a lungo, in alcuni settori – quelli che più pesano nell’export verso gli Stati Uniti – le esportazioni potrebbero addirittura del tutto azzerarsi. «Si tratta di quei casi, come i settori dei macchinari o dei veicoli, in cui l’elasticità del commercio di lungo periodo è così alta che la perdita nelle esportazioni è stimata essere più grande dell’ammontare delle esportazioni stesse nel 2024», scrive Monacelli. Con effetti rilevanti sulla tenuta dei posti di lavoro in Italia, ma anche in tutta l’Unione europea.



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