
La carenza di lavoratori nelle aziende del terziario ha una causa ben precisa: il progressivo peggioramento delle condizioni di lavoro nel settore, non solo per il basso livello medio delle retribuzioni, legato anche all’abuso del part-time, sempre meno volontario e sempre più imposto dalle aziende, all’esasperante flessibilità, che rende impossibile la conciliazione tra lavoro e vita privata. A sostenerlo è Marica Baio, segretaria regionale della Filcams, il sindacato Cgil del commercio e del terziario. «Chi lavora nel terziario è di fatto un lavoratore o una lavoratrice povera», scrive Baio in un comunicato, che si apre con le parole Bad Work no future, lo slogan della campagna lanciata dalla Filcams nazionale per denunciare e contrastare la crescita della precarietà e del lavoro.
«La situazione – scrive Baio – è diventata insostenibile e non solo per le paghe bassissime. A chi lavora nel settore viene imposta una flessibilità inaccettabile, i fine settimana liberi sono un miraggio e durante i festivi devi renderti disponibile. E viene meno anche il riconoscimento della professionalità, sacrificata in una corsa tra una mansione e un’altra che le aziende chiamano flessibilità, ma che in realtà comporta carichi di lavoro eccessivi, difficoltà di organizzare le attività, stress e frustrazione. Senza considerare quanto tutto questo abbia un peso in termini di salute e sicurezza. Un giovane senza famiglia a carico e quindi con possibilità di scelta, perché dovrebbe restare nel settore, a queste condizioni?».
Le possibili soluzioni? «Un confronto con le aziende, contratti di secondo livello dove concordare incrementi orari, rotazioni nei turni per permettere un equilibrio tra lavoro e vita privata e qualità maggiore del lavoro, con processi di organizzazione condivisi», suggerisce Baio. «Ma la maggior parte delle aziende – denuncia – rifiuta di dialogare su questo». Un’importante occasione per invertire la rotta, conclude la segretaria regionale della Filcams, è offerta dai quattro referendum sul lavoro promossi dalla Cgil, sui quali saremo chiamati a votare l’8 e il 9 giugno. Un’opportunità, spiega Baio, per «imprimere una svolta positiva e in controtendenza alle politiche degli ultimi anni, orientate troppo spesso ad alimentare la precarietà e il lavoro povero».
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